Un percorso dedicato ai personaggi che abitano il margine: eccentrici, visionari, buffoni sacri, eretici, fragili, comici, politici improbabili. Figure che, proprio perché “fuori asse”, aprono spiragli di verità. Come nella grande tradizione iconografica europea — dal giullare medievale al santo eccentrico, dall’eretico al poeta ferito — anche il cinema italiano ha dato vita a folli che illuminano ciò che l’ordine non vede.
Cinque film che attraversano cinque forme di follia rivelatrice: la follia buffonesca, la follia politica, la follia creativa, la follia ferita, la follia eretica. Cinque modi di guardare il mondo da un angolo obliquo.
1- Il mostro (Roberto Benigni, 1994)
La follia buffonesca come specchio della società.
Benigni interpreta un uomo ingenuo e stralunato che, per un gioco di equivoci, diventa sospettato di essere un pericoloso maniaco. La sua eccentricità mette a nudo paure collettive, pregiudizi, meccanismi di controllo. Il folle qui è l’unico innocente: colui che, senza volerlo, smaschera la paranoia del mondo che lo circonda.
2- Aprile (Nanni Moretti, 1998)
La follia quotidiana come forma di resistenza.
Moretti mette in scena se stesso, oscillante tra politica, paternità, nevrosi, desiderio di fare un film e incapacità di farlo. È un folle lieve, tenero, intellettuale: un uomo che non trova posto nel mondo e proprio per questo lo osserva con lucidità. La sua eccentricità diventa un modo per interrogare la verità pubblica e privata.
3- La pazza gioia (Paolo Virzì, 2016)
La follia come ferita e rivelazione.
Due donne, Beatrice e Donatella, fuggono da una comunità terapeutica e intraprendono un viaggio che è insieme fuga, ricerca, confessione. La loro fragilità diventa forza, la loro marginalità diventa sguardo. La follia qui è un varco emotivo: un modo per dire ciò che la normalità non permette di dire.
4- Viva la libertà (Roberto Andò, 2013)
La follia come lucidità politica.
Un leader politico depresso scompare; al suo posto arriva il fratello gemello, un filosofo eccentrico e imprevedibile. È lui, il folle, a parlare finalmente con verità, a ridare vita alla politica, a dire ciò che nessuno osa dire. La follia diventa qui un atto di parresìa: la libertà di dire il vero.
5- Il nome della rosa (Jean-Jacques Annaud, 1986)
La follia come eresia e sapere proibito.
Ambientato in un monastero medievale, il film mette in scena la follia come minaccia all’ordine: il riso, la conoscenza, il dubbio, la libertà di pensiero. Il folle è l’eretico, il curioso, colui che osa guardare dove non si deve. In questo mondo chiuso e sorvegliato, la follia diventa la forma più alta di intelligenza.